La mia città del cuore: ROMA, ma vi racconto L’AQUILA, la città fantasma

La mia città del cuore è Roma, adoro ogni angolo di questa città, la sua austera maturita, le sue romantiche primavere, le sue torride estati quando vorresti toglierti anche la canottiera, i suoi tiepidi autunni rossastri. Adoro i suoi colori, le sue meraviglie a cielo aperto, le sue infinite possibilità.
Ma oggi voglio raccontarvi la mia città, quella in cui sono nata e cresciuta: L’AQUILA.
L’Aquila è la città che mi ha visto crescere, quella in cui ho camminato da bambina per mano alla mia mamma e alle mie nonne, e poi da adolescente per mano al mio primo ragazzo.
Non posso esimermi dal raccontare la mia città, quella della mia vita da ragazza, quella dei miei amici, quella dei miei studi, quelle delle mie prime volte al cinema che non c’è più, quella dei miei baci al sole sul prato del Parco del Sole accanto alla chiesa di Collemaggio, quella dei portici di San Bernardino col mercatino dei libri usati, quella delle scalette di San Bernardino stracolme per lo spettacolo di Gigi Proietti, quella dei miei primi Levis 501, quella degli inseguimenti adolescenziali, quella dei batticuore, quella dei diari di scuola su cui le amiche scrivevano di amicizie e di risate che non dovevano finire mai…, quella dell’autobus alla fontana Luminosa, quella dei gelati in piazza duomo e le serate a piazza San Biagio, quella dell’Iris Pub quando ancora si fumava nei locali e del cinese sotto l’ufficio di papà in via Verdi.
Roma mi ha adottato, ma non dimentico… Non dimentico quello che era e che non è più… e che forse non sarà più… La mia città che ora è così per colpa di quella maledetta notte… la città fantasma…
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E perché voi possiate capire, immaginare il dramma che si è consumato quella notte, voglio raccontarvelo in modo inusuale, ma in un modo che mi è tanto caro, con un libro per bambini, che racconta il terremoto, con gli occhi di un cane.
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Il grande cane nella città fantasma di Francesca Capelli e Brunella Baldi edito da Prìncipi&Principi racconta la storia di un cane che quella notte dormiva in giardino perché ormai era quasi primavere e i suoi padroni avevano ripreso a farlo dormire fuori. Quella notte che la terra aveva tremato e tutto era volato in aria, lui era corso per vedere come stava la sua famiglia, aveva provato ad entrare, ma la porta non c’era più e la casa non c’era più. Aveva continuato ad abbaiare ed annusare mentre lo trattenevano al guinsaglio e aveva abbaiato più forte quando quegli uomini avevano portato via la sua famiglia avvolta in lenzuoli bianchi… perché lui doveva proteggerli… Dove li portavano? cosa stava succedendo? Li aveva aspettati ogni giorno e ogni sera da quella notte… era tornato a sedersi su una sedia e attendere i suoi padroni come un bravo cane deve fare…. ogni sera…

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Ma i giorni passavano e nessuno tornava. Poi un giorno una famiglia di rom, si stanzia col camper lì vicino e ci sono due bambini che gli portano da mangiare e gli tirano la palla… e lui lentamente si lascia andare, riprende a mangiare, a giocare, ad aspettare.  Finché un giorno la famiglia rom è costretta a partire e il grande cane nella città fantasma deve fare la scelta più coraggiosa e dolorosa…
il grande cane-2L’autrice racconta che il libro è nato da un incontro, a L’Aquila nell’ottobre 2009, a pochi mesi dalla tragedia… “Tra tutti, mi colpì un grande cane grigio, che assomigliava tanto a quello del mio racconto.Gli portai un po’ di pane secco ma lui, anziché mangiarlo, allungò una zampa per chiedermi una coccola. Quell’immagine mi ha accompagnato per settimane e sentivo che quel cane voleva che io raccontassi la sua storia, o quella che avrebbe potuto essere la sua storia.”
Un libro per raccontare il terremoto ai bambini, in modo delicato, dolce, ma infinitamente doloroso e graffiante… un libro talmente ben fatto che mi ha toccato il cuore, mi ha fatto pensare, ma anche sperare che come per il cane, anche per la mia città ci possa essere una nuova vita…  

A tutti quelli che sperano e a quelli che non possono sperare più, come il mio amico Andrea Cupillari che il terremoto si è portato via.

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