6 aprile 2009

Io non c’ero la notte del 6 aprile 2009. Dormivo nel mio letto serena e tranquilla. Solo dopo giorni ho ricordato di aver sentito vibrare la porta scorrevole del disimpegno che separa la zona giorno dalla zona notte, ho ricordato anche di essermi alzata a controllare che fosse chiusa. E di essere tornata a letto tranquilla, ignara di quello che stava succedendo altrove, dove la vita finiva, in un modo o nell’altro per tutti.

La mattina al risveglio, nel mio caldo letto abbracciata al mio piccoletto che allora aveva solo 9 mesi, ho acceso il mio cellulare che non era uno smartphone come quello di oggi, ma solo un normalissimo telefono cellulare che riceveva e inoltrava chiamate ed sms, e ho trovato un sms di un’amica di Roma che mi chiedeva notizie dei miei genitori.

Ricordo quel momento di terrore. La mia amica non parlava di terremoto, suppongo che pensasse che io già sapessi, ma da quello che aveva scritto sentivo che qualcosa di grave doveva essere successo.

Ho chiamato mia madre e lei mi ha detto tutto: “un terremoto grosso a L’Aquila, ci sono tanti morti, c’è gente sotto le macerie…”

Io piangevo e chiedevo come, dove, perché…. non capivo… “L’Aquila è distrutta diceva lei, Onna non c’è più…” e io piangevo e pensavo a tutte le persone che dovevo chiamare, a tutti quelli che dovevo sentire per sapere se stavano bene, alla mia amica incinta dei miei adorabili nipotini…

Non so se ragionavo, ma telefonavo e tiravo un sospiro di sollievo mentre sentivo le persone che amo che stavano bene. Erano sconvolti e la loro disperazione mi arrivava dritta come un pugno, nella mia casa intera, nel mio letto caldo dal quale ancora non ero riuscita a scendere. La sensazione di voler fare e la certezza di non poter fare nulla.

Mio padre, mio fratello come tanti altri volontari si erano messi a disposizione della Protezione Civile per aiutare. Chiamavo mio padre e non rispondeva, poi finalmente risponde da Onna, “ci hanno mandato qui, ma qui è crollato tutto…”

Lui non è di molte parole eppure nella sua voce avevo letto tutto. Gli ho detto di stare attenti e niente altro.

Solo dopo tanto tempo ho scoperto che lì ad Onna aveva perso la vita un mio amico di liceo, un amico speciale, che non lo sentivo da anni, anche se poco conta. Neanche lui viveva più a L’Aquila. Non avevo idea che avesse una fidanzata ad Onna, non avevo idea che potesse morire così a 31 anni, né avrei mai immaginato che mio padre e mio fratello dovessero assistere allo strazio del suo ritrovamento sotto gli occhi increduli dei suoi genitori disperati nei loro pigiami impolverati.

Io non c’ero quel 6 aprile 2009 e ringrazio Dio perché nessuna delle persone che amo è rimasta coinvolta seriamente in quel terremoto, ma anche se non c’ero, anche se vivo lontano, conosco tante persone che hanno subito lutti quella notte e/o che hanno perso tutto quella notte.

E tutti, tutti noi, che ci viviamo o meno abbiamo perso la nostra città. Tutti.

Dicono che inizieranno a ricostruire. Io ci voglio credere. Non tanto e non solo per me, ma anche per i miei figli, cui non posso mostrare i luoghi in cui son cresciuta perché non esistono più.

Oggi il mio pensiero va al mio amico Andrea e a tutti quelli che quel terribile 6 aprile 2009 si è portato via. E a tutti i loro familiari, per cui rabbia e dolore non diminuisco col tempo, semmai crescono.

Se vi va, c’è un libro per bambini sul tema, bellissimo, Il grande cane nella città fantasma.

2 Comments

  • benedetta ha detto:

    Grazie per questo post. Quel giorno mi sono alzata e ho acceso la televisione, la mia più cara amica vive a Roma ma è di Avezzano!!! Per fortuna anche lei non ha avuto perdite, ma questa tragedia è una perdita e un trauma per tutti noi. E anche io ho saputo per caso che nel paese dei miei genitori era arrivato il terremoto: a Carpi, in provincia di Modena, esattamente due anni fa. Non riuscivo a contattarli perché i cellulari non funzionavano più, è stato terribile. Per fortuna tutto bene, ma vivono ancora la paura di quei momenti!

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