Il terremoto ha cancellato tutto

Per noi aquilani è come se la vita si dividessee in due: una vita prima del terremoto e una dopo.

Il terremoto a molti ha portato via persone care e non posso e non voglio immaginare come possano vivere ora, non posso parlare di loro, il solo pensare a loro mi fa stare male,

parlo di me, io che da romana ormai, graziata da questo terribile evento, ho “solo” perso la mia città e tanti luoghi cari.

Passeggiando sotto i portici di Bologna qualche settimana fa, ho rivisto la mia vita precedente, quella prima del terremoto, mi è passata davanti come fosse un film con qualcun altro protagonista.
Sono un fiume in piena, ma cercherò di dare ordine e senso ai miei pensieri.
Io non vivevo a L’Aquila, ma L’Aquila era per me la città dello shopping, quella dei locali, quella dove incontrare gli amici, dove farsi una pizza. La città insomma.
Il sabato pomeriggio il corso si riempiva di gente di tutte le età per lo “struscio“: era il giorno in cui ci godevamo la nostra città, si passeggiava sotto i portici animati da negozi di ogni genere e caffè dove potevi riscaldarti con una cioccolata calda che ti rimetteva al mondo, si guardavano le vetrine, si faceva shopping, si faceva l’aperitivo nei tanti deliziosi e accoglienti localini intorno a piazza duomo.
E sotto i portici c’erano le griffe, ma anche tanti negozi di commercianti storici che avevamo quel piccolo negozio da tutta una vita o addirittura da generazioni.
C’erano negozi di cui mia mamma e mia nonna erano clienti abituali, in cui ci accoglievano con riguardo che si deve ad un ospite fisso. Era come essere a casa. Farsi consigliare aveva un senso perché non erano li solo per vendere, ma per far contenta una cliente.

Ora se faccio mente locale schivando le lacrime di nostalgia e tristezza che mi affiorano, ricordo i loro volti, i loro modi, l’arredo antico dei negozi, le insegne, gli addobbi di Natale.

LAQUILA-CORSO-VITTORIO-EMANUELE-II-notturno

Il terremoto ha cancellato tutto.

Il terremoto ci ha tolto la nostra città, quel senso di calore, di tradizione, di familiare, catapultandola in una modernità che non aveva chiesto e che non le dona affatto.
Ora centri commerciali sono spuntati ovunque nella periferia della città, pieni di negozi tutti uguali, grandi catene e commessi sorridenti ma svogliati, messi li solo per vendere.

Sotto i portici non si va più. Non c’è più motivo per andare.
Puntelli ovunque e negozi e caffè distrutti, solo questo si vede dalle vetrine un tempo luminose. La vita si è fermata quella maledetta notte. E L’Aquila che era non è più.
Sotto i portici se vai, incontri qualche nostalgico come te e qualche gatto randagio.

Passeggiando sotto i portici di Bologna ho respirato quell’aria di famiglia, di città di provincia che caratterizzava L’Aquila e mi si è stretto il cuore pensando che tutto questo noi non l’abbiamo più.

Passeggiare sotto i portici di Bologna mi ha fatto male…

Ho provato una grande rabbia per quello che questa città non ha più, e mi chiedo, una volta che hai tolto ad una città come L’Aquila il suo centro, cosa le resta?

Una volta che hai tolto agli aquilani la possibilità di andare sotto i portici, una volta che hai tolto loro quel centro che ha fatto innamorare migliaia di studenti negli anni, quei localini, quelle piazze, quelle serata nelle piazzette, cosa resta?

La rabbia più grande che provo è al pensiero che i miei figli non la vedranno quale era e non potranno amarla mai, perché ora non è una città. Ora non è niente.

4 Comments

  • Eleonora ha detto:

    Sono stata a L’Aquila per la prima volta l’anno scorso, a trovare la famiglia di un amico…ci hanno portati sotto i portici, in loro potevo cogliere molteplici stati d’animo…rabbia, tristezza, nostalgia, amore per la loro città…è stata la mia unica volta a L’Aquila, ma è stata un’esperienza forte, più di quanto pensassi…le tue parole mi sono arrivate al cuore. Un abbraccio

  • millil ha detto:

    Solo lacrime…
    L’Aquila l’ho vissuta da studentessa, l’ho amata, e l’avrei scelta come città per la mia famiglia, se il lavoro non ci avesse portati a Roma (qualche anno prima del terremoto)…
    E ancora adesso non riesco a non pensare a L’Aquila come alla mia città, e le lacrime continuano a scendere

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