Lui, finalmente Lei

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Oggi al mio rientro in ufficio ho trovato una sorpresa bellissima: una nuova collega, che non è nuovissima, ma quando son partita aveva un nome da maschio e vestiva da uomo e oggi invece aveva un nome da donna ed era finalmente vestita per quella che è, da donna.

Quando mi ha raccontato la sua storia, lo conoscevo da poche settimane.

Non sono una che sta attentissima ai dettagli e credo di non aver messo a fuoco molto bene la sua “particolarità” frequentandola solo dentro l’ufficio, finché non è stata proprio lei a parlarmene.

Non posso neanche dire che fossimo in confidenza, anzi, ho sempre pensato che me l’avesse confessato perché aveva bisogno di parlarne e probabilmente aveva capito che in me avrebbe trovato solidarietà e comprensione.

Per questo quel giorno dopo il caffè si è fermata nel mio ufficio e mi ha detto che prima o poi sarebbe venuta in ufficio vestita da donna, perché lei era donna anche se il suo era un corpo da uomo e ha iniziato a raccontarmi la sua storia, parlava solo lei. Io ascoltavo, con i brividi addosso. Sentivo la sua sofferenza, sentivo che quello che aveva passato non era giusto, che aveva sprecato metà della sua vita a combattere contro se stessa perché si sentiva sbagliata.

Abbiamo parlato tanto dopo quel pomeriggio, spesso ero io che chiedevo e lei raccontava perché ne aveva bisogno, perché quel fiume che aveva dentro doveva irrompere prima o poi e più lui raccontava, più io mi commuovevo…

La storia inizia con un bambino che usa i trucchi della mamma e lei che lo sorprende un giorno in bagno e lo sgrida come se l’avesse beccato a commettere un sacrilegio, un bambino che cresce e di nascosto indossa i vestiti della mamma, che si sente sbagliato e cerca di vivere una vita non sua, studia, ha una ragazza, ma non riesce a fuggire a se stesso, tanto che alla fine decide di lasciare casa, famiglia, amici e di trasferirsi dove nessuno lo conosce, dove può essere se stesso, almeno in casa sua.

E inizia il suo faticoso percorso medico e psicologico.

Per un po’ vive nascosto, il nuovo lavoro, nuove frequentazioni, ma è se stesso solo quando torna a casa e può essere donna dentro e fuori. Mette lo smalto, ma poi lo toglie l’indomani per andare in ufficio.

Penso con amarezza al suo percorso perché non è giusto che si debba soffrire tanto per affermare la propria identità, per colpa dei pregiudizi e degli stereotipi di cui la nostra società si alimenta ogni giorno. Vorrei che non fosse così, vorrei che le persone fossero più aperte e disposte ad accettare la diversità senza preconcetti. Vorrei che si parlasse con le persone prima di giudicarle. Vorrei che nessuno dovesse più vergognarsi di essere quello che è.

Forse non tutti voi che mi leggete la pensate come me, forse tra voi ci sono donne, mamme che hanno paura di parlare di queste cose con i loro figli, che non vogliono mettere loro in testa strane idee, bene, la mia collega ne ha parlato a lungo con psicologi e medici, il bisogno di adeguare il proprio aspetto esteriore all’identità interiore, non è una cosa che si insegna, non è un bisogno che si può instillare, è qualcosa di innato, qualcosa contro cui non si può combattere. 

E lei ha combattuto a lungo per aprirsi al mondo, ai colleghi, agli amici, ai vicini.

E finalmente qualche mese fa al nostro capo e all’ufficio del personale.

E oggi, al mio rientro, l’ho trovata bella, serena, raggiante anche se in qualche modo timida.

Stupenda, così vera, così libera.

 

 

5 Comments

  • Daria scrive:

    Grazie per questo racconto… contenta che sia una storia a lieto fine. La penso esattamente come te e penso che anche con i bambini, sia giusto parlarne nei giusti termini.

  • FABIOLA scrive:

    Grazie Fede,
    come al solito coi lacrimoni agli occhi mi ritrovo a ringraziarti perché tu sai dire quello che provo ma che non riesco a raccontare.

  • ketty scrive:

    Carissima Federica, mi trovo molto in sintonia con te. Ho avuto anch’io la fortuna di conoscere persone come la tua collega che hanno combattuto per diventare se stesse contro i pregiudizi anche dei propri cari. Da parte loro ci vuole coraggio e da parte nostra, come racconti tu, un po’ di disponibilità all’ascolto. Quando si ascoltano delle storie così forti, il cuore si scalda e si cresce, si maturano prospettive nuove e belle.
    Grazie di averci raccontato della tua collega e falle un sorriso anche da parte mia.
    Ketty

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