Mentre sono sulle nuvole

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Mentre sono sulle nuvole dormo o leggo o penso.
Penso a quanto la mia vita sia cambiata dell’ultimo anno e mezzo, a quanto questo nuovo lavoro abbia reso normali cose che prima non lo erano, come prendere un aereo per lavoro, stare sulle nuvole e fare l’abitudine anche a ballare quando ci sono turbolenze (e andando a Genova ce ne sono eccome), dormire fuori casa per una notte o due, lasciare i bambini per una notte o due, per un giorno o due.

Già. Io che non sapevo delegare, io, l’accentratrice, ho imparato anche a non lasciare nulla di cucinato, né la spesa fatta quando parto: il papà si organizza da solo, in base al mio menù, ma anche no, e a volte finisce che mangiano schifezze, ma ci sta anche quello, no?

Io ho imparato a delegare e i bambini hanno imparato che è normale che la mamma possa ogni tanto stare via per lavoro.
Le prime volte quando io partivo, mi assicuravo sempre che potesse venire il nonno, così che i bambini non sentissero la mia mancanza, ma anzi che la mia partenza fosse quasi una festa, perché veniva nonno, che non vedono mai è che adorano.
Ora non lo faccio più, se riusciamo ad incastrare i turni del papà e la disponibilità della tata che ogni tanto ci da una mano, non scomodo il nonno e i bambini son sereni comunque.

E io son serena, mi concentro sul lavoro, lavoro 10 ore al giorno, incastro riunioni e appuntamenti come fossi il presidente del consiglio ed è molto produttivo, essere qui di persona e poter avere un contatto con le persone che non è solo una fredda mail o un colloquio telefonico, che trasmette il giusto.
Esserci di persona e un’altra cosa. L’ho capito a giugno, quando abbiamo preparato il collaudo cliente fianco a fianco per quasi una settimana, anche di sera, anche il sabato. Ho capito che per fare squadra con il tuo team ci devi essere, devono vederti, sentire che sei una di loro.

E allora parto, ogni tango faccio le valigie e vado su.
E mentre sono sulle nuvole e guardo fuori dal finestrino, penso a quante cose son cambiate e mi rilasso leggendo Ulisse ( a proposito, sul numero di Ottobre c’è una bellissima intervista a Roberto Bolle, troppo carino quel ragazzo, non solo fisicamente!) e ho imparato ad indossare sneakers per il viaggio,che poi appena arrivo in aereo porto trasformo in tacchi, così viaggio comoda, al check-in non devo togliere le scarpe e quando arrivo invece sono pronta e pimpante e i miei piedi ringraziano! 😉

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Ho imparato che sull’aereo non puoi bere quella cosa che chiamano caffè, ma solo succo d’arancia e che i biscottini son buoni, ma troppo dolci.

E allora la mia colazione la faccio in aeroporto, nel mio bar preferito mi godo un caffè macchiato ed un cornetto e poi via, sulle nuvole.

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Insomma ho imparato a trasformare quello che era una seccatura in qualcosa che può essere anche piacevole, ho imparato a godere di quel che di bello le mie trasferte offrono, come il panorama dall’aereo, le nuvole che sembrano neve o panna montata o una distesa di morbida ovatta su cui vien voglia di tuffarsi.

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